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Amnesty e Rete Disarmo: l’Italia esporta armi in Afghanistan

Armi italiane vendute non si sa a chi in  Afghanistan: lo denuncia Afghanistan: soldato bacia la propria arma una nota della sezione italiana di Amnesty International e di Rete italiana per il Disarmo inviata al presidente del Consiglio, Romano Prodi, in occasione del vertice Nato in corso a Bucarest. Nel comunicato congiunto le due organizzazioni si dichiarano “allarmate” per il dato riguardante le esportazioni italiane di “armi, munizioni e loro parti ed accessori” all’Afghanistan che, secondo i dati Istat, ammonterebbero a 3.189.346 euro per il quinquennio 2003/2007 e chiedono “maggiori dettagli sulla tipologia e sulla destinazione” e “se il governo italiano abbia valutato l’impatto di tali esportazioni sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan”. 
“Due cose sono certe” – commenta Giorgio Beretta di Rete Disarmo. “Sono state tutte esportate da ditte della provincia di Roma e non si tratta di armi ad ‘uso militare’ – che potrebbero essere state inviate all’esercito afghano – in quanto l’Istat non riporta le esportazioni di questa tipologia di armi. Ma non per questo sono meno letali perchè sistemi d’arma semiautomatici e ‘small arms’ di un certo calibro sono di fatto equiparabili a quelle vendute agli eserciti”. “I dati Istat – prosegue Beretta – riportano sia nella categoria SH93 (Armi, munizioni e loro parti ed accessori), sia nella categoria DK296 (Armi, sistemi d’arma e munizioni) esportazioni verso l’Afghanistan che – a valori costanti del 2006 – superano i 3,1 milioni di euro e nello specifico sono così ripartiti: 963.831 euro nel 2003, 43.000 euro nel 2004, 2.470 nel 2005, 89.335 nel 2006 e ben 2.050.620 euro nel 2006. Ripeto sono state tutte esportate da una o più ditte basate nella provincia di Roma: spetta ora al Governo, e più precisamente ai Ministeri competenti dell’Interno, ma in questo caso anche degli Esteri, chiarire di che armi si tratta e a chi siano state vendute” – conclude Beretta. 

Come denuncia da tempo la Rete Italiana per il Disarmo, l’esportazione di ‘small arms’ non “ad uso militare” (quelle cioè destinate alle Forze armate di un paese estero) non è regolamentata da una legge rigorosa e trasparente come lalegge 185/90, ma da una normativa alquanto datata come lalegge 110/75 che di fatto lascia al Prefetto della provincia di produzione la facoltà di valutare l’ammissibilità di una determinata esportazione di queste armi che solitamente sono vendute a privati o a corpi di polizia. E nonostante negli ultimi anni alcune circolari del Ministero degli Interni abbiano posto dei limiti alla lista dei paesi destinatari anche di queste armi, la normativa rimane alquanto ambigua e fallace come ha dimostrato l’esportazione di pistole Beretta 92S che sono finite nelle mani degli insorti in Iraq

Allegando un recente rapporto diffuso a Londra da Amnesty International, “Afghanistan: la proliferazione delle armi alimenta ulteriori violazioni dei diritti umani“, la Sezione italiana dell’associazione e Rete Disarmo affermano inoltre che c’è “il rischio che l’eccessiva quantità di armi di piccolo calibro, armi leggere e munizioni offerta all’Afghanistan dai paesi Nato e dagli Stati alleati possa essere usata per gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario”. Secondo le due organizzazioni, “l’impatto di una proliferazione incontrollata di armi rischia di danneggiare gli sforzi del governo afghano e della comunità internazionale per il rafforzamento della tutela dei diritti umani nel paese”. 

Le due organizzazioni sollecitano infine il Governo italiano ad attuare la raccomandazione formulata nel giugno 2006 dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti del fanciullo, che ha invitato l’Italia a proibire il commercio di armi leggere con quei paesi, come l’Afghanistan, in cui le persone al di sotto dei 18 anni partecipano alle ostilità come membri sia delle forze armate che dei gruppi armati. Quest’ultimo punto è stato sollevato da Rete Disarmo e da Amnesty Italia nel corso di unincontro tenutosi a Palazzo Chigi il 28 marzo scorso in occasione della presentazione del Rapporto annuale sull’esportazione di armi italiane reso noto dalla Presidenza del Consiglio.

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Italia: nuovo record dell’export di armi, Pakistan primo acquirente


Nuovo record per l’esportazione di armamenti italiani che nel 2007 sfiorano i 2,4 miliardi di euro con un incremento del 9,4% rispetto al 2006 grazie soprattutto ad un’autorizzazione per missili contraerei (di tipo Spada-Aspide prodotti dalla MBDA una controllata di Finmeccanica) verso il Pakistan: il regime di Islamabad con 471,6 milioni di euro si attesta come il primo compratore di armi “made in Italy”. Sono i primi dati del Rapporto annuale reso noto oggi dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri che sono stati presentati dall’Ufficio del Consigliere Militare ad una delegazione della Rete Disarmo.

“Se è positivo che il Governo abbia mantenuto l’impegno annunciato lo scorso anno aprendo un confronto con le associazioni come le nostre attente al controllo del commercio di armamenti, il trend di crescita dell’export è invece alquanto preoccupante” – commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo. Un trend che vede tra l’altro nel 2007 la ripresa di autorizzazioni verso Paesi non appartenenti alla Nato e all’Unione Europea che, con oltre 1,1 miliardi di euro, raggiungono il 46,5% di tutte le esportazione di armi italiane. Si conferma cosi quanto le analisi di Rete Disarmo evidenziano da tempo: nonostante una legge considerata “restrittiva” come la 185, dalla sua entrata in vigore nel 1990 ad oggi più del 40% di armi italiane è stata diretta a nazioni che non appartengono alle principali alleanze economiche e militari del nostro Paese.

Nel 2007, tra i maggiori acquirenti di armi italiane figurano infatti oltre al già citato Pakistan (471,6 milioni di euro di autorizzazioni), la Turchia (174,6 milioni di euro), la Malaysia (119,3 milioni) e l’Iraq (84 milioni di euro). Proprio il Pakistane la Turchia sono stati oggetto nei mesi scorsi dell’attenzione di due specifici comunicati di Rete Disarmo che, in considerazione delle tensioni interne e delle politiche militari dei due paesi, aveva esplicitamente chiesto al Governo italiano una sospensione delle esportazioni di armi italiane. Tra le nazioni Nato/Ue che commissionano armi italiane vanno ricordate invece la Finlandia (250,9 milioni di euro), Regno Unito (141,8 milioni), Stati Uniti (137,7 milioni), Austria (119,7 milioni) e Spagna (118,8 milioni).

Oltre alle autorizzazioni crescono anche le consegne definitive di armamenti che, come riporta l’Agenzia delle Dogane, superano gli 1,23 miliardi di euro a fronte dei 970 milioni del 2006. Forte incremento anche dei “Programmi intergovernativi” che – per l’arrivo a regime di diversi programmi, sfiorano nel 2007 i 1,85 miliardi di euro. “E’ particolarmente urgente che il Governo italiano integri una seria politica di tutela dei diritti umani con le autorizzazioni alle esportazioni di tutti i sistemi di armi in particolare per quanto riguarda l’attuazione della raccomandazione del Comitato Onu sui Diritti dell’Infanzia che richiede di non esportare armi verso Paesi dove sono utilizzati i “bambini soldato” – afferma Daniela Carboni, direttrice dell’Ufficio Campagne e Ricerca di Amnesty International.

Record anche per le operazioni autorizzate alle banche che salgono ad oltre 1,2 miliardi di euro. “Dai primi succinti dati il gruppo Unicredit con oltre 183 milioni di euro di operazioni si profila come la prima banca d’appoggio al commercio di armi del 2007 nonostante la policy di ‘uscita progressiva dal settore’ annunciata fin dal 2001 dal suo Amministratore delegato” – sottolinea Giorgio Beretta della Campagna ‘banche armate’. “Unicredit lo scorso anno ha acquisito Capitalia ma non ha ancora definito una linea di comportamento per quanto riguarda questo tipo di operazioni: c’è da augurarsi che questi nuovi dati non stiano a significare un ripensamento di quanto finora dichiarato da parte di Unicredit che ormai è un gruppo con operatività internazionale” – aggiunge Beretta.

Diminuiscono, invece, le operazioni del gruppo IntesaSanPaolo: un primo effetto della nuova policy entrata in vigore solo nel luglio scorso, ma che già sembra presentare risultati positivi, anche se – data la natura delle operazioni – è pensabile che occorrano alcuni anni per non veder più apparire il gruppo nell’elenco del Ministero delle Finanze per operazioni riguardanti i servizi d’appoggio al commercio di armi.

“Preoccupa invece soprattutto la crecita di operazioni di istituti esteri come Deutsche Bank (173,9 milioni di euro), Citybank (84 milioni), ABC International Bank (58 milioni) e BNP Paribas (48,4 milioni) a cui vanno sommati i valori dell’acquisita BNL (63,8 milioni). Se siamo riusciti a portare diverse banche italiane ad esplicitare una policy precisa e il più possibile restrittiva in questa materia, dobbiamo creare la stessa azione di pressione sia in Italia sia negli altri paesi europei per quanto riguarda le banche estere” – conclude Beretta.

I dati del Rapporto della Presidenza del Consiglio sull’export 2007 di armi saranno oggetto di ulteriori approfondimenti sul sito di Unimondo e verranno commentati domani, sabato 29 marzo, al Convegno promosso a Roma da Rete Disarmo e Campagna ‘banche armate’ sul tema “Oltre l’insicurezza delle armi: politica, istituzioni, società civile a confronto“.

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