Respinta la richiesta di remissione del processo per le talpe alla Dda, il pm chiede otto anni di carcere per il presidente della Sicilia che reagisce dichiarando: non ho mai favorito Cosa Nostra. Berlusconi lo difende. Chiesta la condanna anche del boss della sanità privata Aiello.
Per Totò Cuffaro, accusato di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di notizie riservate, la procura chiede il massimo della pena prevista per i reati di cui è imputato: 8 anni di reclusione. A pronunciare le richieste di condanna per il governatore della regione Sicilia e per gli altri 12 imputati – tra questi il re della sanità privata siciliana Michele Aiello e l’ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo – è stato il procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, braccio destro di Pietro Grasso negli anni in cui l’attuale capo della procura nazionale antimafia dirigeva la procura di Palermo. Che sia stato lui a farlo e non i due pm Michele Prestipino e Maurizio De Lucia, che fino a poco prima avevano condotto la requisitoria, non è di poco conto, vista la spaccatura nella stessa procura sul ruolo di Cuffaro in tutta la vicenda. Concludendo personalmente la requisitoria, Pignatone ha voluto evidenziare il pieno appoggio alla linea tenuta dai due pm che nei giorni scorsi si erano platealmente smarcati dall’altra inchiesta, appena iniziata, in cui il governatore dell’Udc è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, sostenendo che nei suoi confronti «manca, alla stregua degli atti fin qui acquisiti, il requisito di base del concorso esterno». Una considerazione non richiesta nel processo in dirittura d’arrivo e interpretata come un’«invasione di campo» dall’altro procuratore aggiunto Alfredo Morvillo, titolare dell’inchiesta bis su Cuffaro, imputato questa volta con l’accusa più grave.
Nello scontro tra magistrati dell’ufficio investigativo palermitano si è prontamente inserita la difesa di Cuffaro, che ieri, in base alla legge Cirami, ha chiesto la sospensione del processo per «legittima suspicione». Richiesta bocciata dalla corte presieduta da Vittorio Alcamo, che ha trasferito gli atti alla Cassazione, la quale dovrà decidere se azzerare il processo per «mancanza di serenità tra le parti» e trasferirlo per competenza a Caltanissetta. Nel frattempo il processo prosegue. Un processo che a detta dello stesso Pignatone viene «impropriamente definito alle talpe della Dda, una definizione riduttiva perché ha svelato alcuni aspetti strategici e vitali per Cosa nostra, facendo emergere il coacervo di interessi illeciti che hanno accomunato mafiosi, imprenditori, professionisti ed esponenti delle istituzioni, compresi rappresentanti politici». Poi ha aggiunto: «Mai come in questo processo è stato ricostruito in un’aula giudiziaria il fenomeno della fuga di notizie, rivelando un panorama desolante di sistematico tradimento anche da esponenti degli apparati investigativi».
Si riferisce al maresciallo dei Ros Riolo, per il quale l’accusa chiede 9 anni di reclusione per «concorso esterno in associazione mafiosa»; all’ex maresciallo dell’Arma Antonio Borzacchelli, imputato per corruzione in un’altra trance del processo e ritenuto la «fonte» principale della fuga di notizie riservate sull’inchiesta che dal ’99 la Dda stava conducendo nei confronti del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro; e a Giacomo Venezia, ex funzionario di polizia per il quale la procura chiede la condanna a 3 anni e 6 mesi per «falso e abuso d’ufficio». Ma la catena di complicità di cui disponeva il boss Guttadauro – all’epoca dei fatti già condannato per associazione mafiosa – è lunghissima e nessuno degli imputati, compreso Cuffaro, non poteva non sapere chi fosse. E Totò Cuffaro per i pm si è più volte adoperato per informarlo di altre indagini che lo riguardavano girandogli le «soffiate» che gli riferiva Borzacchelli (nelle elezioni regionali del 2001 lo fece eleggere candidandolo in una sua lista) tramite il suo amico Domenico Miceli (condannato di recente per associazione mafiosa in un altro processo), ex assessore Udc al comune di Palermo in «stretto rapporto» con Guttadauro.
Altro «canale» tra Cuffaro e il padrino di Brancaccio sarebbe stato l’imprenditore Aiello, per il quale la procura chiede la condanna più pesante: 18 anni per associazione mafiosa. Aiello, titolare della famosa clinica oncologica di Bagheria in affari miliardari con la stessa regione Sicilia (convenzioni anche superiori di 500 volte rispetto alla media nazionale), è ritenuto prestanome di Provenzano. Di Cuffaro, Pignatone ha sottolineato la «gravità della condotta» in merito alla fuga di notizie che nel 2001 portò alla rimozione della microspia piazzata dagli investigatori nella casa di Guttadauro. La conseguenza fu la «neutralizzazione dell’indagine» che puntava ad arrivare all’allora padrino di Cosa nostra Provenzano e all’altro superlatitante Messina Matteo Denaro. Al quale Cuffaro, che si è detto «amareggiato» per la richiesta di condanna, ieri sono arrivate le telefonate di rinnovata stima dei capi del suo partito Casini e Cesa e la solidarietà di Berlusconi.
Il Manifesto, 16 ottobre 2007
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